1. Fotografi VS Fotoamatori: un’altra storia


    Il tempo passa ma la diatriba resta e (a mio parere) diventa sempre più ridicola. Di solito non mi lancio i questo genere di “articoli” o meglio considerazioni che invece sembra spopolino sul web e sui blog dei miei colleghi fotografi, ma dato che siamo in un paese democratico (il web :p) anch’io dirò la mia a riguardo così un giorno potò dire: «ahaha! anch’io ne ho parlato».

    Premetto che a mio avviso tutto il mercato che ruota in torno alla fotografia è un mercato incentrato su chi compra (ed è risaputo che chi spende per la fotografia non sono i fotografi ma i fotoamatori) quindi tutto il mercato è incentrato su di loro e sui nuovi potenziali clienti, quindi sappiamo benissimo che Nikon, Canon, Sony, Leica, ecc creano e fanno ricerca nel settore solo per soddisfare le esigenze di un consumatore specifico (questo anche a testimonianza del fatto che qualsiasi centro assistenza specializzato non offre canali preferenziali per i professionisti che spesso sono costretti ad aspettare settimane per riavere attrezzature in riparazione che utilizzano per lavoro quotidianamente, mentre i centri assistenza sono pieni di attrezzature di altri consumatori fruitori della fotografia in modo occasionale - attenzione questo non in senso dispregiativo sia chiaro!). 
    Detto questo vorrei subito chiarire che io non sono ne pro ne contro la fotografia come hobby anzi sono spesso “invidioso” delle potenzialità e capacità espressive di moltissimi fotoamatori che possono dedicare il loro tempo libero a questa splendida disciplina, e sono sempre entusiasta nel vedere come un “non professionista” riesca ad esprimersi spesso molto meglio di uno che la fotografia la “mastica” quotidianamente (ovviamente senza generalizzare).
    La cosa che mi fa ridere invece è l’atteggiamento di molti (anzi moltissimi) colleghi, anche blasonati, professionisti che lavorano per riviste, per giornali, per enti importanti che spesso e volentieri si lanciano contro l’appassionato di fotografia come un “animale senza controllo”. Spesso dietro attacchi apparentemente cinici e disinteressati (da chi pensa di essere ai piani alti di un industria e con la coda dell’occhio osserva inorridito le formiche operaie sotto di lui) si cela una forte dose di invidia e malcontento, un male interiore di chi frustrato non sa che altro fare se non dispregiare il suo stesso passato (con moltissima probabilità). Ovviamente potrei linkare una serie di articoli di persone (fotografi) “autorevoli” che si atteggiano a Dei della fotografia e a “so tutto io”, e che scrivono sui loro blog proprio con questi atteggiamenti arroganti e disprezzanti. (per buonismo non metto link ma tanto so che l’80% di chi leggerà sa di chi sto parlando tanto sono famosi questi personaggi e l’altro 20% può fare una rapida ricerca su internet per scoprire questi autorevoli blog).
    La realtà è che molti pensano che la fotografia sia solo un hobby, molti altri la ritengono un lavoro, e purtroppo la verità non è ne da una parte ne dall’altra e nemmeno nel mezzo. La fotografia è una disciplina molto particolare che è diversa da tantissime altre discipline: per certi aspetti potrebbe essere annoverata tra le arti, ma non è del tutto vero, quindi c’è un incomprensione di fondo che crea scompiglio e confusione.
    La fotografia è in base a come la si approccia, potrebbe essere un arte se chi la pratica ha un attitudine e una sensibilità a ciò che lo circonda maggiore rispetto alla massa (ma attenzione perché è definita “arte” - vera arte - qualcosa che va oltre non qualcosa di non-definito, e auto-definirsi “artisti” è quanto di più ridicolo possa esistere); ma la fotografia può anche non essere arte (anzi per la grandissima maggioranza non lo è), fare fotografia (come professione) non è fare una foto bella ma è saper soddisfare le esigenze di un cliente (non ci dimentichiamo che tutte le immagini presenti su qualsiasi cosa - giornali, volantini, banner, cartelloni, confezioni si surgelati, ecc - sono fotografie fatte da professionisti che si occupano di fotografia) quindi fare il fotografo non significa solo apparire insieme alle modelle superfighe, o fare a cazzotti per le strade di Milano per fotografare una blogger o altro, ma significa riuscire a soddisfare un cliente e a mio avviso noi dovremmo preoccuparci “solo” di questo. Dall’altra parte ci sono i fotoamatori che invece per hobby possono fare ciò che voglio e a mio avviso possono pure sentirsi ciò che vogliono, perché mai a noi dovrebbe interessarci?

    A) perchè ci fregano i clienti ——> probabilmente i tuoi clienti non vedono la differenza tra te e l’hobbista di turno e quindi dovresti tu in primis farti un esame di coscienza sulla qualità del tuo lavoro

    B) perchè mi irrita vedere i loro atteggiamenti da superfighi ——> è certamente un tuo problema di autostima personale

    C) reputo che possano rovinare il mercato creando un immagine della fotografia sbagliata ——-> O.o’ perché dovrebbero? Probabilmente il cliente che si è rivolto ad un non professionista per realizzare un servizio professionale lo ha fatto a seguito di una brutta esperienza con un professionista ed ha pensato di ottenere la stessa qualità (o quasi) a molto meno (senza considerare che la gran parte delle volte questo non è un problema indotto dal fatto che sono le stesse agenzie di comunicazione a contattare i singoli fotografi per realizzare le campagne e che quindi sono loro i primi a non investire sull’immagine a beneficio di un loro tornaconto economico personale quindi non scarichiamo colpa su ci non la ha).

    E poi è normale che un ragazzo che vuole intraprendere la strada del professionismo debba sperimentare e buttarsi nel mercato..lo si fa in tutti i settori solo che i fotografi sono “gelosi” dei loro fantomatici “segreti professionali” (ma quali segreti!!!) e non prendono assistenti per la paura di “essere derubati della loro arte” (aahaaha…scusate se rido). Il fotografo non ha segreti ha un Cuore, una Mente, una cultura personale e la capacità (o attitudine) di saper dire qualcosa con le immagini, non ci sono macchine fotografiche, obbiettivi o attrezzature che fanno belle foto, non ci sono segreti e anche la post-produzione è frutto di una idea non una operazione meccanica.
    La verità è che non tutti i fotografi lavorano con un cuore, con la mente e con delle idee personali ed è questo il punto…sono loro quelli che temono, quelli insicuri quelli che hanno paura di rimanere senza clienti (sempre quelli con i problemi di autostima), ma loro non si accorgono di essere i primi Non-fotografi, di essere dei semplici operai della fotografia, passivi nel loro modo di operare, monotoni, meccanici e metodici, mentre la fotografia è tutt’altro è sperimentazione continua, dinamicità, voglia di cambiare, mutare, creare, ed esprimersi sempre in modo nuovo, andare alla ricerca del particolare, dell’invisibile, voglia di raccontare e NON voglia di mostrarsi agli altri (certo per questioni di marketing è opportuno anche mostrarsi ma non deve essere l’obbiettivo ma solo una necessità e furbizia di mercato).
    Se il fotografo lavorasse bene amerebbe il fotoamatore, e lo guiderebbe nella giusta direzione più che sgambettarlo, beffeggiarlo e deriderlo nelle piazze al primo errore di esposizione.
    Il fotografo che sgomita tra le sfilate di moda (per lavoro), o si sveglia la mattina alle 4:00 (sempre per lavoro) per fotografare alle 6:00 l’interno di un bar vuoto dalla gente e pronto per servire i clienti in tutta la sua abbondanza del mattino, o che investe -mila euro per un viaggio in un luogo sperduto “solo” per raccontare una storia (una storia in cui crede) e poi passa mesi a seguire la scrittura di un libro con la speranza di poterlo vedere a qualche editore interessato, o che passa giorni chiuso in studio a fotografare taralli, mozzarelle, biscotti, oli, vino, bicchieri, scarpe che poi andranno sui vari cataloghi, confezioni, ecc, o ancora che studia un servizio fotografico nuovo e accattivante per uno stilista, sviluppando un’idea, un set, un concept per poi passare altrettanto tempo in studio a realizzarlo e altrettanto davanti al computer per editarlo e svilupparlo, e… - ce ne sarebbero molti altri di casi da esplicitare ma mi limito a questi - tutti questi esempi per dire che la fotografia è un lavoro e il fotografo questo lo sa, forse il fotoamatore spesso se lo dimentica, ma il fotografo non può dimenticarlo. Il fotoamatore non è obbligato a sapere tutto questo, lui deve solo dare sfogo alla sua passione, alla sua voglia di immaginare, e questo non so come possa ledere un’attività come quella fotografica.
    Poi vediamo le mostre, gli spazi d’arte riempiti di immagini (alle volte belle, altre volte brutte, altre volte interessanti altre volte insignificanti), spazi d’arte in cui sono in mostra opere di artisti fotografi spesso presi dal bacino degli amatori altre volte prese dal bacino dei fotografi; in questi casi (entrambi) mi aspetto che qualcuno competente, cioè qualcuno che sa leggere oltre l’immagine, che vede un concetto, che riesce a vedere oltre, abbia capito il senso dell’opera che lui stesso propone, dandola in fruizione a chi andrà alla mostra per osservare, per arricchirsi di nuovi contenuti, di nuove essenze celate nelle opere degli artisti. La fruizione di un opera (sia fotografica sia di qualsiasi altra disciplina artistica) è un’operazione complessa, artificiosa che richiede un esperto che possa dare un cardine ai discorsi psicologici dell’artista in base alle sue origini ai suoi perché concettuali, e alle sue emotività; dovrebbe essere l’esperto curatore a dare l’intreccio giusto, il legame degli elementi e rendere un insieme di opere “potenzialmente artistiche” come effettivamente opere d’arte; credo sia questo il passaggio che innalza un fotografo (nel caso della fotografia) ad artista fotografo (prima di questo a mio avviso non ci si può definire tali, nessuno può essere artista perché ha fatto una foto/opera per quanto bella/particolare/mossa possa essere, prima del consenso di un esperto d’arte, una immagine, può essere definita solo “forma di espressione personale” poi dopo può essere eletta a “opera d’arte” come se acquistasse un titolo..io credo e reputo sia giusto così, anche nel campo dell’arte si deve essere sottoposti a un giudizio autorevole, che possa definirci in un modo piuttosto che in un’altro, come accade in qualsiasi altro settore e come è sempre stato nel mondo dell’arte passata)

    Il campo della fotografia è immenso, le vie di espressione infinite e gli operatori del settore moltissimi (tendenti ad infinito), perciò è difficile giudicare, crearsi un percorso, produrre ottimo materiale, c’è sempre molta arroganza (come spesso accade in altri settori), c’è molta concorrenza (li libero mercato è una cosa buona e giusta se si affronta ad armi pari - parlo dell’inquadramento fiscale -), c’è gente che pensa di sapere (ma anche questo capita in tanti altri settori), io penso solo che se si ama la fotografia (e questo dovrebbe essere sia nel professionista sia nell’amatore) allora si è dalla stessa parte e non da due parti opposte come nemici in guerra, ci si deve affiancare, e si deve avere Rispetto li uni degli altri (parlo sia dei fotoamatori che spesso di nascondono dietro una finta umiltà per passare dalla parte dei poveri bastonati e che poi alla prima occasione prendono soldi in nero per lavori di vario genere - e questo è sbagliato sia eticamente che fiscalmente - sia dei fotografi che si nascondono impavidi dietro finiti miti e pseudo leggende, vantando e pretendendo cose che non stanno ne in cielo ne in terra)

    Ora che ho scritto tutto sto papiro che NESSUNO (o quasi) leggerà mai..potrò dormire anch’io sogni tranquilli, perché tanto il mio contributo all’argomento l’ho dato anche se rimarrà in un angolino sperduto del web a fare muffa e polvere, perché il mio blog non è ancora tra quei link cliccati e gettonati dell’era moderna (o per lo meno non ancora :p)..ma arriverà un giorno…..ahahah :p

    Buona Fotografia a tutti.. :)

     

  2. michelecera:

    From “Dust”:

    http://michelecera.com/dust-2/

    Dust by Michele Cera

     

  3. 50 post!

     


  4. fotografia significa sogno, desiderio, perseveranza, visione…tutte qualità che per essere messe in pratica richiedono molto tempo, concentrazione e dedizione alla disciplina.

     


  5. La cosa che mi “piace” di più dell’arte fotografica oggi è che è diventata talmente popolare che tutti pensano di conoscerne tutti i suoi aspetti. I fotografi pare siano i soli a porsi ancora una marea di dubbi a riguardo!?!?

     

  6. foto © Albert Watson


    Albert Watson

    Quando vi trovate di fronte ad una copertina di un libro che vi piace particolarmente, o ad una locandina di un film, voi appassionati fruitori di fotografia, vi ponete mai la domanda «ma chi è il fotografo che l’ha scattata»? Beh io lo faccio quasi sempre (soprattutto per le copertine dei libri, mi piace andare in libreria magari solo per leggere gli autori di quelle fantastiche coverpage). Per le locandine è tutto molto diverso perchè spesso risulta davvero difficile risalire al fotografo che le ha realizzate…

    è il caso di “memorie di una geisha” (splendido film), la sua locandina, quel  primissimo piano, quegli occhi così profondi, qual candore di pelle a contrasto con i capelli così neri…è un ritratto che mi ha sempre affascinato (fotograficamente) tanto che penso abbia influenzato anche gran parte della mia fotografia ritrattistica e di beauty. Un’immagine a cui per anni non ho dato un autore, non so perchè, l’ho cercato più volte ma senza grandi risultati poi l’altro giorno, in libreria mi sono trovato a sfogliare le pagine dell’ultimo libro su Steve Jobs, e come al mio solito sono finito dritto sull’autore dell’immagine (molto più semplice da trovare perchè sempre citato in sovraccoperta): Albert Watson.
    Bazzicando sul suo sito non si possono che ammirare meravigliosi ritratti tra i tanti, con mio grande stupore, ho ritrovato lei.. 

    Watson infatti è proprio l’autore di questi due magnifici ritratti (quello a Jobs e quello della locandina di memorie di una geisha) oltre che di un’infinità di altre meravigliose immagini celeberrime, ha fotografato icone del rock, rapper, attori, da Mick Jagger a Jack Nicholson, passando per Alfred Hitchcock e la famiglia reale inglese (Watson è stato il fotografo ufficiale delle nozze del Principe Andrea con Sarah Ferguson), Kate Moss e B.B. King. Ha inoltre realizzato immagini per centinaia di campagne pubblicitarie di successo per grandi marchi come Gap, Levi’s, Chanel ed ha diretto oltre 600 spot televisivi. Risulta essere uno dei fotografi più influenti del secolo con 250 coverpage di Vogue. Watson, di origine scozzese (cresce e vive ad Edimburgo), sebbene cieco da un occhio, si dedica alle arti visive completamente studiando film, televisione e fotografia al Royal College of Art di Londra. Nel 1970 si trasferisce a New York con la moglie e lì inizia a fotografare soprattutto per hobby, poi nel 76 il suo primo lavoro importante per Vogue, da qui il grande slancio per la sua immensa carriera

    Il linguaggio visivo del fotografo scozzese segue delle regole proprie e un rigoroso concetto di qualità. Il suo modo di illuminare i soggetti, la brillantezza e magnificenza delle costruzioni, rende le sue immagini uniche. Sebbene la grande varietà delle sue immagini rifletta una naturale versatilità, esse sono riconoscibili grazie alla loro potenza e al virtuosismo tecnico, sia che si tratti del ritratto o del primo piano di un guanto del re Tutankhamen. Un’assoluta dedizione alla perfezione, nella rappresentazione, ha fatto di Watson uno dei fotografi più ricercati al mondo.

    http://www.albertwatson.net/ (sito in flash quindi non adatto alla visualizzazione su dispositivi mobile apple)

    —————- traduzione by google ———————————

    Albert Watson When you are faced with a cover of a book that you particularly like, or a movie poster, you passionate users of photography, you ask yourself why the question « but who is the photographer who took it »? Well I do it almost always (especially for the covers of the books, I like to maybe go to the library just to read the authors of those fantastic coverpage). For all the posters is very different because it is often very difficult to trace the photographer who has realized … is the case of “Memoirs of a Geisha” (great movie), its poster, that very first floor, those eyes so deep, what whiteness contrasting leather with hair like blacks … is a portrait that has always fascinated me (photographically) so much that I think has influenced much of my portrait photography and beauty. An image that for years I did not give an author, I do not know why, I tried several times but without great results then the other day, I found myself in the library to browse the pages of the latest book on Steve Jobs, and as I went straight to my usual author of the picture (much easier to find because always quoted in Dust Jacket): Albert Watson. Hanging out on his website that you can not enjoy some wonderful portraits of many, to my amazement, I found her .. Watson since that is the author of these two magnificent portraits (the one on the poster Jobs and the memories of a Geisha) as well as a host of other wonderful images very famous, photographed rock icons, rappers, actors, by Mick Jagger to Jack Nicholson, passing by Alfred Hitchcock and the British royal family (Watson was the official photographer of the wedding of Prince Andrew to Sarah Ferguson), Kate Moss and BB King. He has also created images for hundreds of successful advertising campaigns for major brands such as Gap, Levi’s, Chanel and has directed more than 600 television commercials. Turns out to be one of the most influential photographers of the century with 250 coverpage of Vogue. Watson, of Scottish descent (raised and lives in Edinburgh), although blind in one eye, he devoted himself completely to the visual arts courses in film, television and photography at the Royal College of Art in London. In 1970 he moved to New York with his wife and there he began photographing mostly as a hobby, then 76 in his first major work for Vogue, hence the great momentum for his immense career The visual language of the Scottish photographer follows its own rules and strict quality concept. His way of lighting subjects, the brilliance and magnificence of the buildings, makes his unique images. Although the wide variety of his images reflects a natural versatility, they are recognizable thanks to their power and technical virtuosity, whether or portrait of the first floor of a glove of King Tutankhamen. An absolute dedication to perfection in the representation, Watson has made one of the most sought after photographers in the world. http://www.albertwatson.net/ (flash site so not suitable for viewing on mobile devices apple)

     

  7. photo: © Michael Christopher Brown

    La fotografia in una espressione a 360° non conosce dimensioni
    Di cosa parliamo oggi? del fotografo Michael C. Brown, di fotografia (ovviamente) e di iphone (e derivati).
    Starete pensando «ah, la solita solfa di instagram, e company!?!» ebbene non vi sbagliate, ma se vi dicessi che M.C Brown è un nuovo nominato Magnum Photographer (candidato a prendere il ruolo nel 2017), e se continuassi dicendo che questo fotografo (professionista) usa ormai dal 2010 solo l’iphone per i suoi reportage in svariate parti del mondo? E se continuassi dicendo che la Magnum pare l’abbia candidato tra le sue schiere proprio per questo motivo?

    Beh come vedete il classico tema pro-contro  phonografia mi sembra molto limitato…qui si va oltre e a mio avviso non solo per il discorso che Brown usi il telefono come mezzo istantaneo di comunicazione e racconto (perchè ricordiamo - e non dimentichiamoci - che la fotografia è un mezzo istantaneo di comunicazione) ma perchè una grossa agenzia che ha fatto (e continuerà a fare) la storia della fotografia di reportage si sta evolvendo mostrandoci come i limiti li poniamo solo noi e non le infrastrutture che ci ospitano.
    Qualche mese una grossa testata giornalistica affermò di voler licenziare i suoi fotogiornalisti in favore di “corsi di fotografia per l’utilizzo di smartphone” destinati ai giornalisti che avrebbero dovuto corredare i loro testi con foto riprese da loro stessi. Ovviamente si gridò allo scandalo…beh effettivamente un pò scandaloso lo è ma non tanto per il fatto che la testata abbia deciso di far utilizzare uno strumento così “pratico, veloce e onnipresente” come il telefonino ma per il fatto che a fare le foto abbia deciso di mettere dei giornalisti che in realtà sono pagati e “addestrati” a fare altro (di altrettanto importante e impegnativo).

    A mio avviso quindi lo scandalo non è l’uso e la scelta del mezzo fotografico ma il chi utilizza il mezzo stesso e soprattutto con quale sapienza viene utilizzato.

    Le immagini di Brown sono meravigliose, profonde, vere, ci si sente all’interno delle scene, si vive il sapore degli ambienti, gli orrori, e tutto ciò è reportage, è racconto ed è Fotografia.
    Brown grazie alla sua scelta (quella di viaggiare “leggero”) riesce ad essere ovunque, ed ovunque ha la stessa potenza espressiva che è evidente non viene dall’utilizzo di strumentazioni impossibili (costose o estremamente particolari, di qualità o altro) ma dalla semplicità, dall’immediatezza e dalla possibilità di essere ovunque all’interno della scena.

    La fotografia in questi ultimi anni si è GONFIATA di infrastrutture, ed i passaggi sono stati i seguenti:
    - Inizialmente la fotografia era riservata ai professionisti soprattutto perchè gli strumenti erano costosi e non alla portata di tutti
    - poi hanno inventato l’APS-C abbassando i costi e dando il mezzo nelle mani di quasi tutti
    - questi “tutti” si sono avvicinati in maniera consapevole (e non) alla fotografia acquisendo sempre maggior consapevolezza di un mezzo “complesso” e, sentendosi poi limitati, hanno iniziato a spendere di più acquistando attrezzature professionali (ed è a questo punto che i professionisti sempre nascosti dietro il mezzo sono dovuti venir fuori allo scoperto con qualcosa di più che non sempre c’era)

    Ma i limiti di cui l’amatore soffriva (e soffre) erano e sono solo limiti psicologici di chi non facendo della fotografia una professione crede che i propri limiti siano intrinsechi nelle attrezzature che NON possiede e vorrebbe avere. Ma questo fa parte del commercio e della “vittoria” delle case costruttrici che in questo modo hanno spostato il mercato piano piano dal mondo delle compatte, al mondo delle prosumer, fino al mondo delle ammiraglie anche al di fuori della categoria professionale (il che è una vittoria più che commerciale psicologica e sull’essere umano stesso che è diventato schiavo della tecnologia e dei limiti che credono di poterci imporre)

    M.C.Brown (e come lui sono certo anche molti altri) ci stanno dimostrando che non è il mezzo a fare l’immagine, il concetto e la storia ma sono le idee, la sensibilità e la cultura di chi è dietro il mezzo a fare la differenza. Chi è povero di contenuti personali non riesce ne con il telefono, con la compatta e nemmeno con l’ultimo modello di reflex o medio-formato.
    Questa non è una critica o un voler scoraggiare qualcuno…anzi…vuole essere un modo per spronare tutti a ricercare qualcosa in più e non limitarsi al solo acquistare, e cercare su internet spunti o altro..ma ad inventare e reinventare qualcosa che possa fare la differenza! la fotografia è e deve essere di tutti perchè ognuno di noi ha una storia da raccontare, delle esperienze da vivere e ricordare, ognuno deve essere libero di acquisire questi ricordi nel modo che preferisce e senza essere psicologicamente oppresso da questioni commerciali che ci limitano interiormente. Ognuno pone i propri limiti lì dove non riesce a osservare oltre, ed è quando non si riesce più ad osservare che si cerca qualcosa di nuovo nel giardino che non è il nostro, ma la realtà è che proprio in noi che dovremmo ricercare quel “quid” in più che ci permetterebbe di non essere uguali ad altri, omologati e standard…e si vedrebbero molte meno foto di gattini, piedi, scarpe, strade e persone rubate alla loro “monotona” 
    quotidianità poi esaltate sui social come attori di non so quale rocambolesca storia da raccontare…

    Quindi onore al merito a Brown, e di tutti quelli che hanno e vogliono raccontare qualcosa in più con i loro mezzi i loro limiti ma con le loro grandi e profonde esperienze che non hanno un valore commerciale acquistabile in un negozio come una macchina fotografica un obiettivo o altro. 

    sito di riferimento: 
    http://www.mcbphotos.com

    PS: i primi lavori di Brown (fino al 2010 circa) sono realizzati in reflex e a mio avviso sono più belli esteticamente parlando, li trovo più interessanti, ma quelli successivi sono più vivi e veri, più nella storia. Penso che l’autore sia riuscito a trovare il suo stile narrativo con l’uso dello smartphone ma la tecnica e l’arte narrativa l’aveva già da prima..questo ancora di più a sottolineare come non è il mezzo ma chi lo utilizza a fare la differenza (scusate la ripetizione!)

    ———- translation by google ———————

    The photograph in an expression to 360 ° does not know size

    What do we mean today? Photographer Michael C. Brown, photography (obviously) and iphone (and derivatives).

    You’re thinking « ah, the usual old story of instagram, and company!?! » Well you are not mistaken, but if I told you that MC Brown has appointed a new Magnum Photographer (candidate to take the role in 2017), and if I continued saying that this photographer (professional) use now since 2010 only the iphone for his reporting in various parts of the world? And if I continued by saying that the Magnum seems the candidate has among its ranks for this reason?

    Well as you can see the classic theme against pro-phonografia seems very limited … here you go over and in my opinion not only for the speech that Brown uses the phone as a means of instant communication and story (because remember - and do not forget - that photography is a means of instant communication), but because a large agency that has made (and will continue to do) the history of photojournalism is evolving as showing the limits we place them just us and not the infrastructure in which we operate.

    A few months a major news organization said it would lay off its photojournalists in favor of “photography courses for the use of smartphones” for journalists that were supposed to accompany their texts with photos taken by themselves. Obviously outcry … well actually a bit outrageous but it is not so much the fact that the head has decided to use a tool like this “practical, fast and ubiquitous” like the phone but for the fact that to do decided to take the photo of the journalists who are actually paid and “trained” to do another (equally important and challenging).

    In my view then the scandal is not the use and choice of the photographic medium but those who use the medium itself and especially with what wisdom is used.

    The images of Brown are wonderful, deep, true, it feels inside of the scenes, you live the taste of the environments, the horrors, and everything is reportage, it is story and it is Photography.

    Brown thanks to its choice (the one to travel “light”) manages to be everywhere, and everywhere has the same expressive power that is evident by the use of instruments is not impossible (or extremely costly special quality or other) but from the simplicity , the immediacy and the ability to be anywhere within the scene.

    The photograph in recent years was inflated infrastructure, and the steps were as follows:

    - Initially photography was reserved for professionals, especially because the tools were expensive and not affordable for everyone

    - Then they invented the APS-C lowering costs and giving your vehicle in the hands of almost all

    - These “all” have approached in a conscious (and failed) to photography becoming more and more aware use of a “complex” and so feel limited, they began to spend more money buying professional equipment (and it is at this point that the professionals always hidden behind the middle are due to come out in the open with something that is not always there)

    But the limits of which the amateur suffered (and suffers) were and are only psychological limits to those who are not making a profession of photography think their limitations are inherent in the equipment that does NOT have and would like to have. But that’s part of the trade and of the “victory” of the manufacturers that in this way the market moved slowly from the world of compact, to the world of prosumer, up to the world of the flagships even outside the professional category (which is a victory that most commercial psychological and on the human himself who has become a slave of technology and believe that we can impose limits)

    MCBrown (and like him, I’m sure many others) are showing us that it is not the means to make the image, the concept and history but are the ideas, sensitivity and culture of those who are behind the means to do difference. Those who are poor personal content can not do with your phone, with the compact and even with the latest model of SLR or medium format.

    This is not a criticism or a desire to discourage anyone … but … wants to be a way to encourage everyone to seek something more and not limited only to buy, and look on the internet or other ideas .. but to invent and reinvent something that can make a difference! the photograph is and should be for everyone because everyone has a story to tell, experiences to live and remember, everyone should be free to acquire these memories in the way they prefer and not be psychologically oppressed by trade issues that limit us psychologically. Everyone puts their limits there where he can not look past, and when no longer able to observe that you try something new in the garden that is not ours, but the reality is that in us that we should look for that “something “extra that would allow us to not be equal to others, and approved standards … and you would see far fewer photos of kittens, feet, shoes, streets and people stolen from their” boring “everyday then enhanced on social actors as not to I know what incredible story to tell …

    So to honor about Brown, and all those who have and want to tell something more within their means their limits but with their large and deep experiences that do not have a commercial value buy in a store like a camera a lens or more.

    reference site: http://www.mcbphotos.com

    PS: the early work of Brown (until about 2010) are made of reflex and in my opinion are the most beautiful aesthetically speaking, I find them more interesting, but the following ones are more alive and real, the most in history. I think that the author has managed to find his narrative style with the use of a smartphone but the technique and the art of fiction had even before this .. even more to emphasize that it is not the means but the people using it to make a difference (sorry for the repetition!)

     


  8. La nostra storia per immagini sarà nel caos virtuale

    Questo è un periodo particolare per la fotografia (soprattutto in Italia): da un lato i professionisti stretti in una morsa (alle volte senza fiato) che si trovano a lottare (come tutti i professionisti e cittadini italiani) con le problematiche legate all’economia nazionale e mondiale, dall’altro i fotoamatori che crescono in maniera esponenziale e quasi in modo inversamente proporzionale alla situazione economica (paradossalmente).
    Ma il problema non sono ne i professionisti che lottano a denti stretti per rimanere a galla e sul mercato ne i fotoamatori che giustamente danno adito ai propri sogni e hobby come può essere la pesca, lo sport, ecc.
    Il problema è che in questa società “futuristica”, una società della cultura personale, una società in cui quando non sappiamo qualcosa di qualsiasi genere (dalla cucina alla medicina) siamo tutti i primi a cercare nel nostre informazioni su internet, ci stiamo dimenticando che la vera cultura personale si fa anche sui libri, e sui libri non intendo studiando, andando a scuola o sfogliando le pagine di un giornale, ma bensì approfondendo gli argomenti fino a sviscerarne i più infimi segreti. Faccio un esempio, se vogliamo capire di una malattia non ci basta certo andare a leggere cause ed effetti per diagnosticarne una, dobbiamo conoscere tutta una serie di altre informazioni, dobbiamo avere un quadro clinico completo della situazione fisica, psichica, sociale del “malato”, non possiamo trarre le somme senza basi per farlo, mentre noi (mi metto anch’io in mezzo per parcondicio) siamo sempre più “abituati” a far da soli, a cercare noi le risposte che alle volte non sono neanche poi così banali; questo avviene in tutte le materie, anche nella fotografia ovviamente. In fotografia (tornando all’argomento principale)  non mi riferisco alla conoscenza delle tecniche base per fare una foto (che assumo per note ormai con il proliferare di corsi, workshop e quant’altro) ma dell’interesse intrinseco che ogni fotoamatore (e non voglio generalizzare) si approccia alla fotografia. Il fotoamatore tempo fa era colui che amava la fotografia e non la macchina fotografia, non amava (come oggi) l’atto dello scattare e collezionare immagini, ma la forma fotografica come essenza in se, e così, grazie a questo modo di pensare la fotografia che poi nacquero Ghirri, Fontana, Gardin e tanti altri come loro che solo in seguito decisero di lasciare le loro attività e dedicarsi all’arte fotografica come mestiere. Oggi molti ragazzi pubblicano le foto sui social solo per sentirsi dire “bravi, bellissima foto, ecc ecc” arrabbiandosi quando ricevono critiche puntando sul fatto che “se l’orizzonte è storto non fa nulla tanto anche Bresson faceva foto storte” !? Non mi meraviglio che la pensino così, d’altronde chi non sa leggere un immagine non potrà mai nemmeno leggere le proprie di immagini e quindi capirne il senso di ciò che ha fatto (come una persona che non sa leggere la propria scrittura).
    Tutto questo non mi da fastidio, ma mi intristisce molto perchè a mio avviso la fotografia deve essere di tutti perchè sarà la nostra storia nel  futuro degli altri. Producendo una infinità di immagini, un domani, nessuno si preoccuperà o prenderà la briga di ordinarle, selezionarle e mostrarle, rimarranno quindi accatastate di uno spazio virtuale senza possibilità di consultazione alcuna, senza un senso, ne un inizio ne una fine. Se ognuno di noi riuscisse ad insegnare agli altri la capacità di selezionare una propria immagine tra tante (ancor prima di scattarla magari) ci si eviterebbe un futuro caotico e senza storia figurativa, senza documentazione, questo a causa di un modus-operandi sbagliato alla radice. I fotografi dovrebbero insegnare a pensare/fare/leggere la fotografia, perchè solo così sarà possibile rientrare nei propri ruoli professionali, e salvare la nostra storia personale.

    PS: non tutti i fotoamatori sono come gli ho descritti, infatti quelli che approfondiscono, si interessano, e amano riescono ad emergere e diventare grandi. Inoltre vorrei sottolineare che a mio avviso ci sono anche molti professionisti peggio dei fotoamatori (che, peggio, pensano anche di sapere)

     

  9. © Richard Avedon - http://www.richardavedon.com/

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    ggi non parlo di uno sconosciuto..anzi…tutt’altro! Richard Avedon è uno dei ritrattisti più importanti della storia della fotografia di tutti i tempi e oggi avrebbe compiuto la veneranda età di 90 anni.
    Avedon si è sempre contraddistinto da uno stile pulito e diretto; le sue immagini avvolgo l’osservatore e lo proiettano nell’anima del soggetto ritratto. Non fotografava volti, ma le anime di coloro che si adagiavano davanti al suo obiettivo.
    Il suo stile ritrattistico prevedeva spesso la simbiosi con il soggetto, riusciva a stabilire un rapporto empatico che però non risultava mai ne troppo intimo ne troppo distaccato, i suoi soggetti così si ritrovavano in un limbo che risulta non avere tempo ne luogo.
    Avedon inizia la sua carriera fotografica nella marina mercantile, assegnato alle autopsie e alle foto d’identità, e nel frattempo si divertiva a ritrarre i suoi compagni di camerata. Successivamente inizia a lavorare con testate giornalistiche di grande importanza nonchè per riviste patinate come Vogue e Life, e per diversi brand moda (Valentino, Versace, C.K., ecc). Le sue immagini sono esposte nelle più prestigiose gallerie e musei del mondo, alla stessa valenza di grandi capolavori d’arte.

    Today I do not speak of a stranger .. but … far from it! Richard Avedon is one of the most important portrait painters of the history of photography of all time and today would have turned the ripe old age of 90 years.

    Avedon has always been marked by a clean and straightforward and his images envelop the viewer and cast the soul of the subject. Not photographed faces, but the souls of those who adagiavano front of his lens.

    His portrait style often included the symbiosis with the subject, could establish an empathetic relationship but it was not ever too intimate or too aloof, his subjects so they found themselves in a limbo that is not having time nor place.

    Avedon began his photographic career in the merchant navy, assigned to autopsies and photo ID, and in the meantime he enjoyed portraying his fellow comrade. Then he started working with newspapers of great importance as well as for glossy magazines such as Vogue and Life, and for several fashion brands (Valentino, Versace, CK, etc.). His photographs are exhibited in the most prestigious galleries and museums in the world, the same meaning as the great masterpieces of art.

    www.fabioingegno.com

     


  10. fabioingegno:

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    Iniziamo il lunedì mattina con una bella segnalazione (o per lo meno molto interessante): un sito che ci mostra gli effetti di una luce da studio su un volto.
    In base alla posizione di un faro (flash o torcia che sia) otteniamo vari giochi di luci e ombre sul soggetto che determinano poi…

     

  11. © photo by Annie Leibovitz

    Annie Leibovitz è a mio avviso uno dei più grandi fotografi di moda contemporanei del mondo. Nelle sue immagini c’è tutta la carica, l’energia e la profondità che è possibile imprimere in una immagine. è una fotografa nata nell’analogico ma che è riuscita ad aggiornarsi al digitale mantenendo uno stile pulito, senza fronzoli ma allo stesso tempo carico di tutta quella pastosità che riesce ad essere una fotografia moderna e all’avanguardia. Le immagini prodotte dalla Leibovitz hanno quasi sempre colori intensi e sono immagini profonde, le luci sono studiate nei minimi dettagli e a mio avviso sono caratterizzate da neri intensi che permettono di dare una tridimensionalità estrema alla fotografia.
    Le immagini sono sempre trattate in post-produzione ma con uno stile raffinato ed elegante che la contraddistingue profondamente. 
    La Leibovitz nasce come fotografa di eventi musicali avendo la fortuna di seguire  i 
     Rolling Stones nel loro tour del 1975, successivamente divenne la fotografa ufficiale della rivista della band (the Rolling Stones) fotografando tra i celebri John Lennon, con uno scatto le la consacrò nell’olimpo dei fotografi. Da lì una carriera completamente in discesa tra cover e redazionali delle più importanti testate di moda del mondo (tra cui ovviamente Vogue America)
    Consiglio vivamente la visione del suo documentario “Obiettivo Leibovitz” http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5100571

    Qui il backstage di questa incredibile campagna pubblicitaria per The Macallan: 

    Annie Leibovitz is in my opinion one of the greatest fashion photographers of the contemporary world. In his images there is any charge, energy and depth that is possible to print an image. is a photographer born in analog but was able to upgrade to digital while maintaining a clean, no frills but at the same time load of all that softness that manages to be a modern photography and art. The images produced by Leibovitz almost always have intense colors and images are deep, the lights are studied in detail and in my opinion are characterized by deep blacks that allow you to give a three-dimensional extreme photography. The images are always dealt with in post-production but with a refined and elegant style that distinguishes it deeply. La Leibovitz was born as a photographer of musical events having the good fortune to follow the Rolling Stones on their tour of 1975, later became the official photographer of the magazine of the band (the Rolling Stones) between photographing the famous John Lennon, with a snap in the consecrated ‘Olympus photographers. From there a career completely downhill between cover and editorial of the most important fashion magazines in the world (including of course Vogue America)

    I highly recommend the viewing of his documentary “Objective Leibovitz” http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5100571

     

  12. © photo Erik Johansson 

    Impossible photography

    Classe ‘85 e di origine svedese, il fotografo e ritoccatore Erik Johansson   ha come unica peculiarità quella di voler stupire il mondo. La sua fotografia è al confine estremo tra fantasia e realtà, le sue manipolazione sulle immagine possiedono un elevato grado di iperealismo  spingendo l’osservatore a confondere la finzione con la realtà attraverso estremi giochi di intrecci e forme. Johasson si prefigge il compito di stupire andando oltre ciò che i nostri occhi possono quotidianamente osservare, facendoci immergere in un mondo estremamente stravagante in cui siamo noi a scioglierci e non il gelato, oppure ci stiriamo direttamente con gli indumenti in dosso (vedi altri lavori di Erik sul suo sito in allegato all’articolo). Il mondo per Erik quindi non è convenzionale, non è lineare e non rispetta le leggi della fisica a cui siamo tutti i giorni “soggiogati”, interpreta la realtà dandogli un suo personalissimo contributo con un ausilio estremo della fotoelaborazione digitale. Ogni immagine è un concept studiato attraverso idee riportate prima su quaderni come schizzi e bozze ed infine, dopo aver studiato tutto nei minimi dettagli, con gli scatti finali, che risulteranno gli ingredienti base dei suoi stravaganti “frullati di immagini”. 
    Le sue elaborazioni sono realizzate da somme di diverse immagini, ognuna delle quali è studiata attentamente in termini di luce e di colori in modo poi da poterle fondere perfettamente una con l’altra. Un immagine finale può essere la combinazione da 2 ad anche 10 scatti differenti, dipende da ciò che vuole realizzare e dalla sua difficoltà (ad esempio l’immagine del pesce-isola è composto da 10 scatti anche eseguiti in location differenti, mentre il strada che si trasforma in telo da solo 2 scatti). Alla base di ogni scatto c’è però un concept, un’idea che nasce dalla sua mente e che spesso assume un significato sociale, politico o alle volte solo ludico :D
    Potete vedere una video spiegazione del lavoro di Erik Johansson (proprio tenuto da lui) al video seguente: 
    http://www.youtube.com/watch?v=mc0vhSseGk4

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    entre gli altri lavori dell’artista nel suo personale sito qui: http://erikjohanssonphoto.com/

     

    Class of ‘85 and Swedish origin, the photographer and retoucher Erik Johansson has the unique characteristic that you want to impress the world. His photography is at the extreme border between fantasy and reality, its manipulation on the images possess a high degree of iperealismo encouraging the observer to confuse fiction with reality through extreme games twists and shapes. Johasson sets himself the task of surprise going beyond what our eyes can see every day, making dive into a world in which we are extremely extravagant and not to break up the ice cream, or we stretch it directly on the clothes off (see other articles of Erik on his website attached article). The world’s Erik so it is not conventional, is not linear and does not respect the laws of physics to which we are every day, “subdued”, interprets reality by giving it a very personal contribution with a kind of extreme fotoelaborazione digital. Each image is a concept developed through ideas listed first in notebooks as sketches and drafts, and finally, after studying every detail, with the shots finals, which will be the basic ingredients of his extravagant “shakes images.”

    Its elaborations are made by sums of different images, each of which is carefully studied in terms of light and colors so that they can then merge perfectly with one another. A final image can be any combination from 2 to 10 shots also different, it depends on what you want to accomplish and from its difficulty (for example, the image of the fish-island consists of 10 shots also performed in different locations, while the road becomes towel only 2 clicks). At the base of each unit there is, however, a concept, an idea that was born from his mind, and that often takes on a social, political or sometimes just fun: D

    You can see a video explanation of the work of Erik Johansson (just held by him) in the following video: http://www.youtube.com/watch?v=mc0vhSseGk4

    while the other works of the artist in his personal website here: http://erikjohanssonphoto.com/

     

  13. foto di © Storm Thorgerson

    Muore ieri (18 aprile 2013) uno dei fotografi visionari di questo secolo, noto soprattutto per le celeberrime copertine dei Pink Floyd.
    Fotografo che ha sempre lavorato con la fantasia giocando con esposizioni multiple e fotomontaggi per realizzare quelle immagini surrealiste che hanno contraddistinto le grafiche della maggior parte dei vinili della mitica band psicedelica. Lo stile di Storm Thorgerson è stato sempre molto affine alle idee di Magritte al quale non c’è ombra di dubbio si è ispirato moltissimo (in alcuni casi facendone anche evidente omaggio). Storm è uno dei tanti esempi di come anche nell’era pre-photoshop, si poteva essere sperimentali e visionari, c’era solo bisogno di molto più impegno e dedizione, mentre oggi la facilità e l’immediatezza del mezzo ci rende più pigri e meno consapevoli di dove vogliamo arrivare. 
    Di seguito il link al sito dell’autore con alcuni dei suoi lavori tra i più importanti e i meno famosi: http://www.stormthorgerson.com/

     

    He died yesterday (18 April 2013) one of the photographers visionaries of this century, best known for its famous covers of Pink Floyd.

    Photographer who has always worked with the imagination playing with multiple exposures and photomontages to achieve those surrealist images that have marked the graphics of most of the vinyl of the legendary band psicedelica. The style of Storm Thorgerson has always been very similar to the ideas of Magritte whom there is no shadow of a doubt it was very much inspired (in some cases even making it obvious homage). Storm is one of many examples of how even in the pre-photoshop, you could be experimental and visionary, there was only need much more commitment and dedication, while today the ease and immediacy of the medium makes us lazy and less aware of where we want to go.

    Here is the link to the author’s site with some of his work among the most important and the less famous: http://www.stormthorgerson.com/

     

  14. © ph. Fabian Oefner


    Il fotografo svizzero  Fabian Oefner ha avuto il desiderio di studiare nel suo studio il fenomeno dei buchi neri in un modo davvero particolare. Ispirandosi ai lavori di Jackson Pollock, Oefner ha voluto sottolineare ed immortalare non il risultato finale ma il punto di inizio di un lavoro di action painting. Il risultato è davvero interessante a livello visivo, ma a livello concettuale a mio avviso pecca in molti aspetti. Un buco nero per sua natura è una forza attrattiva, tanto grande, che anche la luce tende ad esserne catturata, nel lavoro di Oefner questo aspetto non viene considerato anzi ne viene accentuato l’effetto opposto, e cioè una forza repulsiva, quindi il lavoro presenta non una simulazione grafica di un buco nero ma semplicemente una rappresentazione grafica di una  aspirale colorata. Il lavoro nel complesso è graficamente spettacolare, colorato ed interessante, ma non è l’unico artista ad aver lavorato con i fluidi e con le vernici in movimento.

    fonte delle immagini e sito dell’autore: http://www.fabianoefner.com/

    Photographer Fabian Oefner has had the desire to study the phenomenon in his study of the blacks holes in a very special way. Building upon the work of Jackson Pollock, Oefner wanted to highlight and capture not the end result but the starting point of a work of action painting. The result is really interesting on a visual level, but at the conceptual level in my opinion is lacking in many respects. A black hole by its very nature is an attractive force, so great, that even light tends to be captured in the work of Oefner this aspect is not considered rather it is emphasized the opposite effect, ie a repulsive force, then the work presents not a graphic simulation of a black hole but simply a graphical representation of a aspirale colorful. The work as a whole is graphically spectacular, colorful and interesting, but it is not the only artist to have worked with the media and with paints in motion.

    source of the images and the author’s website: http://www.fabianoefner.com/

     

  15. ©immagini di Luigi Ghirri

    Da non perdere la mostra che si aprirà il 24 aprile 2013 al Maxxi di Roma, una mostra dedicata al maestro della poetica fotografica italiana Luigi Ghirri con un’antologia che raccoglierà circa 300 scatti, con particolare attenzione alle vintage prints, stampe realizzate e curate dallo stesso autore.

    Luigi Ghirri è stato per l’italia il fotografo della poesia, colui che raccontava i luoghi narrandone non solo la forma ma anche lo spirito attraverso i suoi sentimenti, un interprete degli spazi vissuti e non. Alcuni delle sue immagini raccontano l’Italia come nessuno è riuscito a fare, cambiando il connotato di fotografia a colori a metà del ‘900.

    Accanto alle fotografie verranno presentati anche i menabò dei cataloghi, i libri pubblicati, le riviste, le recensioni che testimoniano la sua attività di editore, critico e curatore; una selezione di fotografie e libri d’artista che documentano l’incontro e la collaborazione con gli artisti concettuali modenesi nei primi anni ‘70; le cartoline illustrate e le fotografie anonime che Ghirri collezionava; una selezione di libri tratti dalla biblioteca personale di Ghirri che raccontano dei suoi interessi e dei riferimenti culturali e artistici; le copertine dei dischi che testimoniano l’interesse di Ghirri per la musica e il rapporto con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla.

    Qui di seguito il link alla fondazione Maxxi dove potete trovare tutte le informazioni a riguardo di questa ed altre mostre in programma: http://www.fondazionemaxxi.it/

    Do not miss the exhibition which will open on April 24 at the Maxxi in Rome, an exhibition dedicated to the master of the Italian Luigi Ghirri with photographic poetry anthology that will gather about 300 shots, with a focus on vintage prints, prints made and cared for by the same author.

    Luigi Ghirri was the photographer for Italy of the poem, the one who told the places narrating not only the form but also the spirit through his feelings, an interpreter of the living spaces and no. Some of his images tell of Italy as no one has managed to do, changing the connotation of color photography in the mid-900.

    Alongside the photographs will be also presented mock catalogs, published books, the magazines, the reviews that testify to his work as a publisher, critic and curator, but a selection of photographs and artist’s books that document the encounter and collaboration with conceptual artists Modena in the early ’70s, picture postcards and photographs collected anonymous Ghirri, a selection of books taken from the personal library of Ghirri that tell of his interests and references cultural and artistic album covers that testify ‘Ghirri interest for music and its relationship with musicians such as CCCP and Lucio Dalla.

    Here is the link to the foundation Maxxi where you can find all the information about this and other upcoming exhibitions: http://www.fondazionemaxxi.it/